Guerrieri armati fatti d’aria

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Quello di cui voglio parlare oggi con queste quattro righe prende spunto da una conversazione molto stimolante avuta con l’ amico Paolo riguardante una leggenda poco conosciuta tra gli abitanti di Ischia (confesso di non averla mai ascoltata prima). La leggenda racconta che:

“…una sera mentre tutti dormivano (non ricordo in che anno) a Forio giunsero i pirati saraceni che sbarcarono alla Chiaia e a citara. I Foriani presi alla sprovvista, scapparono nelle torri e sul torrione fu acceso un fuoco di allarme, il fuoco visto dal monte Epomeo, fu trasmesso al Castello di Ischia. L’eremita che vide il segnale, non sapeva proprio cosa fare, e cosi pur di non stare a guardare decise di scendere a valle, ma mentre scendeva, tutte le pecore del monte Epomeo iniziarono a seguirlo, altre giunsero dalla falanga e da Santa Maria al monte e furono cosi tante da essere viste da Forio. I saraceni alla vista di questa fiumana iniziarono a scappare e i foriani, convinti dell’arrivo di un esercito, uscirono dalle torri, li inseguirono e li sconfissero! Quando l’eremita giunse a Forio i foriani furono sbigottiti di vedere che fossero pecore, in quanto dalle torri avevano visto un esercito con tanto di elmi ed armature scintillare alla luce della luna, e la stessa cosa avevano visto i saraceni e pensando che fosse la guarnigione dell’Epomeo erano scappati! L’eremita se ne tornò sul monte seguito dalle pecore che lungo il percorso ritornarono alla montagna…..”

Il racconto mi fece venire in mente una storia simile letta anni addietro, riportata anche da vari autori. Non è difficile trovarla, basta affidarsi alle pagine de “Di fuoco, di mare e d’ acque bollenti” del professor Ugo Vuoso edito da Imaegenaria. Alle pagine 84 ed 85 si può leggere:

“…Nei tempi antichi, un pescatore prese il largo per andare a pescare ma, all’improvviso, fu colto dalla tempesta. Non riusciva più a governare la barca. Le onde lo sballottavano di qua e di là finché nonapprodò in Turchia.
I turchi lo catturarono e subito lo interrogarono: «Vogliamo sapere a Foriocosa avete dibuono: che fortezze avete,chi comanda, vogliamo sapere tutto del paese!».
Questo povero infelice rispondeva: «Manoi non abbiamo proprio nulla: non abbiamo fortezze, non ci sono soldati, non c’è nessuno e non abbiamo proprioniente!».
I turchi allora armarono due o trebarconi e vennero da queste parti. Vennero per saccheggiare e per compieretutte le cattiverie che potevano fare. Giunti a una certa distanza dall’isola, sulla vetta della montagna scorsero una regina concentinaia di soldati armati e con le ficcole accese.
I turchi si fermarono, spaventati e irritati: «Ci avevi dettoche non c’erano soldati! E quella regina con mille uomini armati?».
Afferrarono il pescatore, lo legarono e lo issarono all’albero maestro della nave. Poi gli strinsero un’altra corda e la fissarono all’albero di un’altra nave. Ecosì lo squartarono, lo divisero a metà, quel povero cristiano.
I foriani, in ricordo di tutto questo, fecero dipingere il quadro che ancora si trova sull’altare della chiesa di S. Maria al Monte….”

Quest’ ultima è la leggenda più diffusa ma per entrambe rimane identico il denominatore ovvero i cavalieri che appaiono per proteggere “certi luoghi”. Possibile che queste due leggende, tra l’ altro molto radicate nel tesuto culturale Foriano, possano avere un fondo di verità? Assurdo per assurdo ci verrebbe da rispondere positivamente ed il perchè potrebbe essere nascosto tra le righe scritte da un controverso personaggio, alias Corrado di Querfurt e di cui mi occupai anni addietro. Corrado di Querfurt, cancelliere di Arrigo VI nel 1196 (o nel 1194 secondo alcuni), in una lettera indirizzata ad un suo vecchio amico preposto del convento di Hildesheim narrando le impressioni del suo viaggio in Italia parla al riguardo di Virgilio e della sua leggenda (ben radicata nella città di Napoli) e riporta due leggende su cui ci sarebbe da riflettere. La prima leggenda parla delle anime dannate alle “vendicatrici pene dell’inferno”:

“…Non mi par da tacere ciò ch’io appresi dall’arcivescovo Umberto, uomo di somma autorità. Tornando egli dai confini di Puglia, asseriva essere nel territorio diPozzuoli un promontorio sassoso e Tonchioso, sorgente di mezzo ad acque negre e puzzolenti. Fuor da quell’acque vaporanti si vedono repentinamente sorgere, per consueta usanza, uccelli di spaventevole aspetto, i quali, dall’ora vespertina del sabato sino al nascer del sole del lunedì, son soliti mostrarsi alla vista degli uomini. Come schiara l’ora matutina del lunedì, ecco che un corvo, grande quanto un avvoltoio, si mette lor dietro, gravemente gracchiando dalla concava gorga, Quegli incontanente si sommergono nell’acque e si nascondono, ne pia si lascian vedere, sino a che all’imbrunire del sabato novamente si levano dalla voragine dello stagno sulfureo. Però vogliono alcuni che sieno essi anime d’uomini dannati alle vendicatrici pene dell’Inferno, le quali anime, tormentate tutti gli altri giorni della settimana, abbiano, a gloria della risurrezione di Cristo, refrigerio la domenica e l’una e l’altra notte tra cui quella è compresa…”

Nel nostro caso il Querfurt colloca la leggenda in Ischia sebbene lessa venga riportata successivamente da molti autori medioevali come ambientata in Pozzuoli.Tuttavia è da notare che nel paragrafo successivo il Querfurt scrive in maniera molto chiara “Est ibidem MONS BARBARUS” descrivendo come al suo interno vi sia una città in cui sarebbero custoditi i tesori di sette re custoditi da guerrieri armati fatti d’aria nella quale riuscì ad entrare e venne da quest’ ultimi messo alla fuga con tutto il suo seguito! Ipotizzando che il Querfurt si sia sbagliato sull’ubicazione della prima leggenda, di logica il monte in questione trattasi molto verosimilmente del Monte Barbaro a Pozzuoli; tuttavia il Querfurt inizia la sua epistola recitando: “Est ante eandem civitatem insula, quae vulgo ISCHYA dicitur…”.

Le ipotesi quindi sono due: o la città è ubicata sotto il Monte Barbaro avvalorando di conseguenza la leggenda di Virgilio Mago e del suo libro di conoscenze da cui apprese tutte le sue arti magiche oppure essa è situata sotto il Monte Epomeo che per qualche ragione il Querfurt appella con “Barbarus“. Cosa pensare quindi? Possibile che in territori così vicini ritroviamo ben tre storie aventi come protagonisti “Guerrieri armati fatti d’aria”????? In ogni caso rimane la domanda a cui forse non avremo mai risposta ovvero: “Quali informazioni spinsero il Querfurt verso questa misteriosa città sotterranea a colpo sicuro?”. L’epistola del Querfurt venne pubblicata nel volume “Scriptores rerum brunsvicensium di Godefridi Gvilielmi Leibnitii, Vol. II pagg. 695 – 698“ ed è consultabile nell’ apposita sezione del presente blog.

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