Gigantologia

L’argomento “Pithecusa” è dibattuto da decenni oramai e l’impossibilità o quasi di approfondire la sua storia attraverso nuove campagne di scavo sull’isola d’Ischia l’ha relegata ad un limbo dalla quale sembra non ci sia via di uscita. La storia ci insegna che l’insediamento greco si Pithecusa risale all’VIII secolo a.c.; successivamente, quei coloni si trasferirono in terraferma fondando Cuma che, a differenza di Pithecusa, ancora regala sorprese, grazie anche ad attività di scavo ancora in corso. Ma se la “magica ed energetica Cuma” venne fondata dai coloni Pithecusani, nulla ci vieta di ipotizzare che questi ultimi disponessero di un bagaglio “culturale” in grado di operare energeticamente su un luogo senza alterarne la struttura ma sfruttandola a proprio piacere. Erano tempi in cui l’uomo viveva molto più a contatto con la Natura e le entità che la “abitano”. Tutto si muoveva in funzione degli Dei e delle entità presenti nei luoghi di residenza. Figura moderna e di rilievo comune ai due abitati fu l’archeologo Amedeo Maiuri (1886-1963) che dedicò la sua vita allo studio di entrambi. Una storia poco nota, ma della quale parlarono in molti nel 2015, fu il ritrovamento, nel 1938, presso l’acropoli cumana (nei pressi del tempio di Giove) di resti ossei giganteschi attribuiti in poco tempo ad un “Gigantopithecus” alto circa tre metri e vissuto circa 40000 anni fa. Alla scoperta contribuì anche il tedesco Ralph von Koenigswald (1902-1982), colui che coniò il termine “Gigantopithecus”, misteriosa creatura che a suo dire visse migliaia di anni fa e della quale già vide altri reperti ossei. I resti vennero esposti al Museo archeologico di Napoli presso la Sala della Meridiana nel 2015 grazie all’impegno ed alle ricerche di un artista “BRIGATES” (rimandiamo il lettore interessato alle relative pagine web). La mostra permetteva anche la visione di un filmato dell’Istituto Luce relativo ai fatti appena narrati ed era possibile ammirare una rarissima copia de “La Gigantologia” a firma di Emiddio Manzi. Ma Cuma, era veramente così differente dalla sua sorella maggiore? Quello che sappiamo per certo è quanto riportiamo (tratto dall’articolo del 1 giugno 2018 pubblicato sul nostro blog associazioneluceverita.it):

Il 20 maggio 1945 il canonico Francesco Iovene (Ischia 1902-1985) comunicò ai presenti il suo nuovo studio dal titolo “Una fase esplosiva durante l’ultima eruzione dell’Epomeo 1300-1303” pubblicata alli’nterno degli “Atti del Centro Studi Isola d’Ischia” relativi al periodo 1944-1970. E’ doveroso puntualizzare che parliamo di un uomo di scienza di tutto rispetto. Fu Canonico della Cattedrale e laureato in Scienze Naturali ed in Utroque Jure. Lavorò per alcuni anni all’Ufficio Vulcanologico del Vesuvio (Vedi: Raffaele Castagna, Tremila voci titoli immagini, pag.143).

Nello studio sopra citato, il nostro Canonico si dedica allo studio di una “formazione rocciosa di natura vulsinitica compatta e molto bollosa”, adiacente al bordo orientale della colata dell’Arso di natura “esplosiva”. Questa formazione rocciosa interessa anche località quali Sant’Antuono e San Michele (per uno studio più approfondito si rimanda il lettore al volume degli atti di cui prima).

Il nostro Canonico gira per le località interessate; ci dedica del tempo, approfondisce e studia. Leggendo il suo studio però non possiamo fare a meno di notare un trafiletto molto importante (per noi): “[…] nonostante sotto di essa si rinvengano, accanto ai reperti medioevali, anche utensili, lucerne ed altri manufatti di epoca romana, una cisterna romana tuttora esistente, numerose altre cisterne ovali e silos romani (nelle vicinanze di S.Michele) ed una tomba antichissima racchiudente uno scheletro colossale […]”.

A voi le conclusioni. Cosa volesse dire con la parola “colossali” non lo sapremo mai. Una cosa però è certa. L’Uomo di scienza non avrebbe mai lasciato quel misterioso reperto abbandonato a chissà cosa. Magari ora quello scheletro colossale giace nascosto chissà dove….un reperto storico inusuale che solo in pochi posso vedere. O magari no. E’ ancora lì ma nell’una o nell’altra ipotesi sicuramente non era solo!

Leggendo le pagine scritte da Emiddio Manzi, sembra che la nostra regione, in tempi antichi, regalasse molti reperti ossei riguardanti questi “Gigantopithecus”, un termine che vuol dire tutto e niente. Forse, un giorno, riusciremo ad ammirare questo scheletro colossale attualmente scomparso, aggiungendo un nuovo capitolo a questa misteriosa storia…

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